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Diritti del minore

L’affermazione dei diritti del minore è un percorso parallelo all’evoluzione della società civile, ed alla sua crescita culturale e giuridica, che si fonda sulla rinnovata riflessione sui principi costituzionali, favorita anche dai numerosi trattati, dichiarazioni e convenzioni internazionali, che negli ultimi decenni sono stati emanati da importanti organismi istituzionali sovranazionali.

Il vero cambiamento nella percezione dei diritti del minore da parte della società, inizia e si realizza con l’elaborazione e l’individuazione dei diritti personali dello stesso.

L’art.3 della Costituzione riconosce i fondamentali diritti dell’uomo, ed impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, sul presupposto che tutti hanno “pari dignità”.

Il riconoscimento di diritti, e l’impegno al “pieno sviluppo della persona” sono diretti, in modo particolare, ai soggetti minori, per definizione, in situazione di debolezza, per le specifiche esigenze evolutive che richiedono accompagnamento nella crescita, attraverso “apporti positivi” e la “rimozione di ostacoli”.

Quindi, il minore diventa a pieno titolo un soggetto di diritto, titolare non solo di diritti patrimoniali, ma di diritti inerenti ai suoi bisogni fondamentali e, con riferimento alla stessa Costituzione, anch’esso è titolare:
  • dei diritti di libertà, garantiti seppure in proporzione all’età;
  • dei diritti cosiddetti “sociali”, riconosciuti quali prestazioni indispensabili per il suo sviluppo e per la sua dignitosa esistenza.
Tali principi si traducono in azioni concrete attraverso adeguati contesti educativi, affettivi e relazionali necessari per il sano sviluppo psico-fisico e la piena espressione di ogni potenzialità individuale, come meglio specificato dall’art.148 cod. civ., promuovendo pertanto, il diritto all’accoglienza, all’affetto e alle cure da parte di figure di riferimento stabili, a garanzia del primario diritto all’identità.

L’art.1 della legge sull’adozione 184/1983 individua e afferma il diritto del minore ad essere educato nell’ambito della propria famiglia d’origine ma, in sua mancanza o incapacità ad assolvere a tale funzione, in altro ambiente familiare. Ciò, sostanzialmente, ribadisce il diritto all’educazione, secondo un concetto ampio che comprende il diritto allo svago, al gioco, all’istruzione, alla promozione della personalità, e che tale educazione deve essere “ di tipo familiare” cioè personalizzata attraverso figure di identificazione primaria stabili ed accoglienti e non deve essere “omologante” e “totalizzante”, secondo modelli e contesti istituzionali rigidi.

Dall’affermazione di tali principi, riconosciuti dai trattati e convenzioni internazionali, sono derivate le norme statali e regionali che, con l’impegno dei giudici, degli enti locali e di tutte le istituzioni coinvolte, attuano il superamento dell’istituzionalizzazione dei minori e la progressiva eliminazione di quelle strutture d’accoglienza, ancora non del tutto scomparse, che non possono sostituirsi al calore familiare , irrinunciabile per uno sviluppo armonico della personalità e per favorire un positivo inserimento sociale del minore.

Il significato di famiglia è ampio e in un autorevole vocabolario di latino si ritrova la parola “familia,ae” , con un significato più largo, “conviventi sotto lo stesso tetto”.

Solo nel corso dei secoli venne parzialmente modificato con l’aggiunta anche di “membri della casa uniti da legame di sangue”, ma chi si occupa di indagare il mondo degli affetti e del rapporto adulti-bambini sa bene quanto il legame di sangue spesso non comporti la familiarità e, viceversa, quanto, anche in sua assenza, si possono sviluppare legami parentali significativi e profondi.

Nella storia dell’umanità, l’attenzione e il trattamento riservati alla tematica dell’adozione hanno costituito costantemente un’importante spia della cultura che ha accompagnato l’evoluzione della famiglia biologica nella società.

Il primo organismo internazionale per la tutela dei minori è il Comitato di Protezione per l’Infanzia, costituito dalla Società Delle Nazioni nel 1919.

Nel 1924 fu proclamata la prima Dichiarazione dei Diritti dell’Infanzia che precisa la “responsabilità” degli adulti nei confronti dei minori.

I tragici eventi della seconda guerra mondiale costituirono la causa più diretta per una profonda rimeditazione sul valore della persona umana e sulla necessità, quindi, della tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (New York, 1948) affermò la fede nei diritti fondamentali e la dignità e valore della persona umana, la Convenzione Europea (Roma, 1950) sancì la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, fino alla Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo (New York, 1959), che, enunciando principi e obiettivi per la difesa dell’infanzia, diventa punto di riferimento per iniziative legislative e attuative in tutti i Paesi.

Nel 1946 nasceva l’UNICEF, importante struttura istituita dall’ONU, finalizzata ad affrontare la questione della tutela dei minori nel mondo, divenendo, dal 1953, un organismo internazionale permanente. Tuttavia, ci volle tempo perché il nuovo clima culturale internazionale si traducesse, in ogni Paese, in norme di legge aventi il fine precipuo di tutelare il diritto del minore a “crescere in modo sano sul piano fisico, intellettuale, spirituale e sociale in condizioni di libertà e dignità”.

Nel 1989, L’Assemblea Generale dell’ONU emana la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia; i principi, ivi contenuti, sono stati inseriti nel testo di ben 14 costituzioni nazionali e immessi nei programmi di studio di vari Paesi e ad essi fanno riferimento la Convenzione sull’Esercizio dei Diritti dell’Infanzia (1996) e la Carta Africana sui Diritti e il Benessere dei Bambini.

La Convenzione dell’Aja per la tutela dei minori in materia di adozioni internazionali (1993), ratificata dall’Italia con la legge 476/1998, realizza, finalmente, una profonda revisione culturale e giuridica dell’istituto dell’adozione, affermando con forza il superiore interesse del minore.

Altri atti internazionali importanti, quali la Dichiarazione di Madrid sugli aiuti umanitari (1995), la Dichiarazione di Stoccolma contro lo sfruttamento sessuale dei minori(1996), la Convenzione ILO n.182 sulle peggiori forme di sfruttamento minorile (1999) nonché la Risoluzione del Parlamento europeo sul traffico dei bambini (2001) completano uno scenario che vede in campo una nuova sensibilità e un nuovo interesse per la questione minorile da parte dei maggiori Paesi.

In Italia, la situazione è cambiata profondamente a partire dagli anni ’60, quando sono emerse due circostanze determinanti: da un lato una nuova cultura dei diritti all’infanzia tra cui, in particolare, quello del minore ad avere una famiglia, effetto soprattutto degli studi sui danni che la protratta istituzionalizzazione può produrre sui bambini, dall’altro il rilevante aumento del numero di coppie di coniugi senza figli, desiderose e disponibili ad accogliere nel proprio nucleo famigliare un bambino come un figlio legittimo a tutti gli effetti.

Con la legge 431/1967 si realizza, quindi, quella che fu chiamata la rivoluzione copernicana dell’adozione: al centro non più gli adulti, ai quali il diritto romano riconosceva , attraverso l’adozione, il diritto alla discendenza e alla trasmissione del patrimonio familiare, ma il minore con il diritto a crescere nella sua famiglia o ad averne una adottiva, la cosiddetta “famiglia degli affetti”, qualora si fosse accertata una situazione di abbandono.

Nel 1977, il DPR 616 trasferisce competenze in campo assistenziale e tutti gli interventi a favore dei minori dallo Stato alle Regioni, ai Comuni e agli Enti Locali per l’indirizzo, la programmazione, il coordinamento e l’erogazione di servizi.

La legge n. 285/1997 istituisce il Fondo per l’adolescenza e l’infanzia al fine di finanziare interventi di aiuto e sostegno della famiglia in un’ottica di collaborazione con le Aziende Sanitarie Locali, i Centri di Giustizia Minorile, i Provveditorati agli Studi e le Associazioni di volontariato.

Infine, la legge n.328/2000 istituisce e avvia un sistema integrato di interventi e servizi sociali a sostegno della responsabilità della famiglia.

Nel giro di 30 anni, numerose leggi hanno individuato e definito le modalità per l’affermazione del fondamentale diritto dei minori ad avere una famiglia: la già citata 476/1998 sull’adozione internazionale, la 149/2001 sull’adozione nazionale ed internazionale, la legge 240/2001 che converte il decreto legge 150/2001 sul procedimento di dichiarazione dell’adottabilità.

Tale produzione legislativa ha introdotto una profonda evoluzione non solo giuridica ma ha segnato anche un rapido mutamento nella società e nelle sue istituzioni, laddove per lungo tempo e fino ad alcuni decenni fa, in Italia, il codice civile del 1865 vigente fino al 1942 vietava l’adozione dei minorenni, consentendola solo agli ultradiciottenni cioè, in sostanza, un’adozione tra adulti.

Una vecchia tradizione, in uso in alcune regioni del sud del nostro Paese, voleva che si mettesse sotto la testa del neonato due piccole federe, una riempita di grano, l’altra di zucchero. Quest’ultimo gesto affettuoso aveva come significato quello di auspicio che nulla mancasse al nutrimento del nuovo piccolo essere che era venuto al mondo, né per ciò che concerneva il bisogno come il pane che lo avrebbe alimentato, né per quanto riguardava, il desiderio come lo zucchero tanto piacevole al gusto.

Una cultura dei diritti dei minori dovrà radicarsi e diffondersi maggiormente affinché benessere materiale e spirituale non siano più solo un auspicio ma una reale condizione di vita per tutti i bambini del mondo.
 

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